Era la prima volta che salivo a Parigi con i miei acquerelli.

Da tre notti soggiornavo in una piccola pensione economica, la “Chambres” (o così era scritto a lato dell’ingresso), all’angolo con boulevard des italiens che, da buon italiano che sono, aveva attratto il mio ago, non che avessi bisogno di orientamento, ma quel “deglitaliani”, facilmente tradotto dal mio pessimo poliglottismo, aveva fatto di quella via il mio punto di riferimento. Zona centrale a due passi dall’Opèra. Perbacco.

Da tre notti ritornavo bagnatofradicio per quella pioggerellina primaverile che “nonteneaccorgi” finché non sei, appunto, bagnatofradicio e che anche quella mattina, la quarta dal mio arrivo, inespressivamente cadeva. Ombrelli, ombrelli e ombrelli che ad alzar la testa ci rimettevi le orecchie e io con il mio cappotto pesante e la bombetta a frusciar acqua per ogni inchino, per ogni ombrello. Boulevard des italiens straboccava di gente e di scritte e io le percorrevo tutte guardando, leggendo e a volte salutando. Boulevard des italiens che a percorrerlo tutto ti ritrovi dai “cappuccini” ma io non ci ero ancora arrivato. Giravo sempre a sinistra verso rue Saint Honoré e poi giù verso il Louvre. Il Louvre, no, anche qui non ci ero ancora andato ma mi piaceva passeggiare lungo la Senna e attraversare per la ile, sedermi su qualche panchina, acquerellare una Notre Dame, bagnarmi il culo e rincamminarmi.

 

Quella mattina, la quarta, mi fermai a guardare il mio riflesso sulla vetrina de la Librairie Rey e a leggere le parole che mi si appoggiavano alle spalle tipo EFAC o EIREGNALUOB o come NOIL ED DRAG che mi saettò tra finestrini colmi di teste cappellate.  Ero arrivato da lì, dalla gard de Lion, e ora ero qui, estatico, davanti alla Librairie Rey, a leggere, ad alta voce, lo scorrere “des italiens”… -Vous etes italien?… di Italia?-. Mi voltai di poco e mi ritrovai faccia a faccia con un cilindro neroperlato di gocce, il volto un po’ più in basso con due baffi nouveau - Gaspardfelix (tuttodunfiato) fotografo’-  e con in mano un mazzetto di quadernetti appena stampati. -Carlo, acquarellista italiano- risposi e lui, facendo cenno alla mia cartellina, mi fece comprendere che aveva già compreso. Me ne diede uno e mi invitò, con qualche cenno di italiano, per la sera ad una “exposition des artistes peintres, sculpteurs, graveurs, etc…” più giù, come indicava il suo dito, dai “cappuccini”. Lo vidi andare via mentre alzava il cappello al grido –boulevard des Capucines 35, ce soir -. Mi ritrovai con il quadernetto in mano, lo stesso che era appena stato posato al centro della vetrina della Rey:

 

SOCIETE ANONYME

exposition des artistes peintres, sculpteurs, graveurs, etc…

_________________

 

PREMIER

EXPOSITION

 

1874

35, boulevard des Capucines, 35

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CATALOGUE

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Prix: 50 centimes

 

Cinquanta centesimi… dovevo dargli cinquanta centesimi? Bhe, “ce soir” pensai e continuai a sfogliarlo svogliatamente incamminandomi verso la “Chambres”. Le pagine, leggere come la copertina, erano un elenco di nomi mai sentiti (in fondo non conoscevo nessuno a parigi), e di titoli di opere mai viste ma ben numerate fino alla 165: Port-Marly, soirée d’hiver. Che poi fu l’unica che lessi con attenzione.

“Ce soir” arrivò la sera stessa di un 15 aprile qualunque e mi incamminai per i cappuccini alzando gli occhi per vedere la grande scritta che mi aveva indicato Gaspardfelix (tuttodunfiato) come punto di riferimento.

LA VILLE DE SEDAN MANUFACTURE DE VETEMENTS mi apparve da lontano, quasi ero ancora da “des italiens” e automaticamente allungai il passo.

Aveva smesso di piovere e sotto la grande scritta, davanti al piccolo ingresso, si fumava in un bel movimento di bastoni e cappelli… esitai un attimo ma poi entrai chiedendo, tuttodunfiato, -Gaspardfelix-. -Nadar? il est là - indicò, con un veloce gesto di mano, la donna che si prese il franco di ingresso con un altro veloce gesto di mano. “il est là”, come dire “siamo tutti qui” in un insieme di figuri neri e dritti e poi…”Nadar”? eravamo all’atelier Nadar di quel Gaspardfelix che, intuisco, sia Nadar.

Uno sguardo a centottantagradi e mi spinsi, a mani palmate, verso la grande e calda stufa piastrellata, la colonna a tortiglione frondato, alla sua sinistra, mi ricordava il baldacchino di san Pietro mentre un brivido di calore mi ravvivava la schiena.

 

Quadri, tanti quadri di “luoghi”, disposti in alcuni casi su due file, riempivano le pareti come scorci tra teste e grossi cappelli. Scorci scorciati, per ora non vedevo che scorci di quadri che raccontavano di scorci di luoghi, di cieli e anche di qualche figura. Mi incamminai labirinticamente tra le stanze e mi soffermai, per una questione di spazio libero, davanti ad un’annebiata visione cittadina… “boulevard des Capucines”, lo riconobbi in quel grigiore di fine pioggia che smuove un frenetico formicolare di neri e, ad ogni nero, cominciai fantasticamente ad appiccicare tanti di quei volti già guardati in boulevard des italiens. Accanto a me due incappottati non concordavano con il mio entusiasmo infantile, lo capii dai gesti e dal continuo indicare astrattamente, con il bastone pomellato, qualcosa di… -Ah,ah- ghignò uno dei due davanti al 97 –questo si che è riuscito. Eccola qui l’impressione, o altrimenti non capisco nulla; vogliate solo dirmi che rappresentano quelle striscioline nere in basso-. -Ma- rispose l’altro –sono persone che passeggiano-. –sicchè, quando passeggio per il boulevard des Capucines appaio cosi? Fulmini di Giove: ma. insomma, vi prendete forse gioco di me?- (1). Le ultime parole sfumarono nel vociare generale quando, allo spostarsi dei due, venni letteralmente fulminato dal rosso di un cerchio di luce rossa. Era il 98, un metro più a destra, piccolo ma ben incorniciato, con il suo disco di fuoco in un campo instabile di un denso e cupo rosa napoletano e tre macchie nere che sputavano in basso altre macchioline nere. Apro finalmente il mio quadernetto e a pagina 15 leggo: MONET (Claude), 95, 96, 97 (confermo, il 97 era veramente boulevard des Capucines), 98 – Impression, Soleil levant.

 

Rimasi impressionato da quel sublime attimo di sole riflesso che mi accompagnò fino alla “Chambres” dove, due giorni dopo, dimenticai i miei acquerelli parigini per far ritorno in Italia. E veramente li dimenticai, tanto, dopo quell’Impression, era tutto da cominciare lasciando “alle spalle la realtà per entrare nel regno del puro idealismo” (2).

 

carlodemeo, 15 aprile 2014.

 

1- il dialogo dei due incappottati è di Louis Leroy, in Le Chiarivari, 25 aprile 1874 “L’esposizione impressionista”.

2- Jules Castagnary, in Le Siecle, 29 aprile 1874 “Lesposizione sul boulevard des Capucines”.

 

 

 

 

 

Lo portarono via in manette.

Lui non oppose resistenza mentre  i suoi pensieri, come i suoi occhi, guardavano in basso alla ricerca di un ostacolo che rallentasse il cammino. La porta principale rimase aperta e Lui contava i passi, o almeno ci provava, moltiplicando per tre la cadenza di questo suo nuovo corpo a sei gambe; tre di sinistra alternate da tre di destra di cui due erano a sinistra e l’altra a destra con due di sinistra. Confuso perse il conto balbettando questo impronunciabile “destr-sinistr-des-sinides-desin-sinistr-des-si-des…”.  Alzò e guardò a destra, si soffermò a sinistra e tornò a destra (per sentirsi a sinistra) nel profilo ombrato da una tesa nerolucente e fiammeggiante. I due, quello di destra e quello di sinistra, all’unisono indicavano, come rotaie ascellari, la direzione che quasi mai coincideva con una logica podistica ma sempre più sembrava, in un gioco d’alternanze, il labirintico zigzagare calcistico. E, in fondo, in fondo al marciapiede la porta c’era. GOAL! …di mano, perché fu la mano destra di quello di sinistra che spinse, abbassandola, la testa di centro sotto la traversa, lisciandola. –FALLO- Gridò nel silenzio dei suoi pensieri aspettandosi una punizione esemplare d’area di rigore…più tardi, più tardi ce lo avrebbero lasciato solo e con la pallalpiede.

Sentì sbattere la portiera e, pressato sui fianchi, cedette all’imbottitura del sedile posteriore in un trasporto ipnotico nel canto della sirena.

Tutto accelerò in una sorta di daltonismo semaforico. –Se, ma, for…se- provò a dire in un eccesso di dubbio tra un giallo e un rosso (MA!) ma non c’era tempo per i colori (specialmente se di sinistra), non c’era tempo per le pause (specialmente se a destra), non c’era tempo per le parole (specialmente se di centro).

Silenzio, Silenzio e Silenzio. Ma Lui, il Silenzio di centro, in silenzio rimuginava  pensieri e ricordi, più ricordi che pensieri in un guazzabuglio di luglio, domenicaventi.

 

Era mezzogiorno, di un mezzogiorno di mezza estate quando sentì bussare alla porta.

- BUONCOSTUME!

- Grazie, ma è solo un pigiama!

E lo portarono via in manette.

 

 

ps- Oemed fu arrestato il 20 luglio 2009 alle ore 11 e 52 per mancanza di prove.

      Rilasciato il 26 luglio, non rilasciò  testificazioni.

Quell’enorme spazio bianco gli frenò gli occhi decapitandogli l’ultimo respiro… tossì.

 

Tre ore dopo.

 

Lui rientrò con la sua scia di fumo, spense la sigaretta con un mezzo giro di valzer, indietreggio e uscì. Quell’enorme spazio bianco era ancora un enorme spazio bianco. E la notte la passo così, in bianco, tra le bianche lenzuola di una bianca stanza d’albergo mentre la mente, ancorata al bianco del cuscino, malinconicamente riproponeva Vinicio -bianca come le nuvole di lontano / come la notte amara passata invano / come la schiuma che sopra il mare spuma / bianca non è la rosa che porto a te-.

Bianco. Non era il bianco che lo disturbava ma la quantità di bianco che può stare in un enorme spazio bianco.

 

Spense la luce e gli occhi guardarono nel buio.

 

La mattina, di buon mattino, tornò con la sua scia di fumo. Entrò e si blocco dritto di fronte al bianco. Ancora. E ancora, mentre la sigaretta consumava il bianco tra le sue dita.

Spinse l’interruttore. La lampadina si spense.

Nero.

 

Quell’enorme spazio nero gli frenò gli occhi decapitandogli l’ultimo respiro…tossì.

Per l’intera mattina aveva rilasciato numeri su numeri e indirizzi. Per l’intera mattina si era districato nella richiesta di una penna per rilasciare i suoi numeri e i suoi indirizzi. Per l’intera mattina aveva ripetuto -non ho la penna... eppure era qui.- Per l’intera mattina, prima di salire nello studio. Oreundiciediciotto.

 

Oreundicieventisei. Ripose l’arma, guardò, si guardò e delicatamente cedette la sua schiena all’imbottitura della sedia girevole. Il colpo aveva impresso un moto rotatorio che perpetuava ancora nei suoi occhi. Quella sedia lentamente rallentava, il Suo battito rallentava mentre le pareti scorrevano e con loro finestre, lampade e quadri in una giostra silenziosa dall’odore acre.

Aveva caricato quattro su sei lasciando un mini binocolo per l’osservazione di un vuoto lucidato da poco. Non era per pigrizia che aveva tralasciato. Non aveva tassellato l’intero tamburo per semplice mancanza. -Scatole da quaranta, che ti riempiono per sei volte e poi ti lasciano con un buco da due.- pensò. Ma, in fondo, bastava riempirne uno, uno di sei o uno di quattro ma anche solo uno di uno, per chiudere, per dare un taglio a quel disastroso susseguirsi di eventi che lo avevano così tanto piegato. Era stanco. Stanco di questo continuo cercare invano, stanco di soluzioni momentanee che non risolvevano, stanco, era stanco.

Oreundiciediciotto. Quella mattina salì nello studio, aprì il terzo cassetto in basso della scrivania, prese l’involto di cotone rosso, estrasse, caricò la pistola e se la puntò al petto. Lentamente si sedette, prese la mira tra la quarta e la quinta costola, dritta sopra il capezzolo di sinistra e con il pollice, mentre le altre nove dita si intrecciavano sul calcio, spinse.

La vecchia Colt Single Action, con i suoi 45 di calibro, era perfetta, canna lunga, ben puntabile e puntualmente precisa come il foro che gli lasciò sul petto. Oreundicieventisei. Ripose l’arma, guardò, si guardò il petto e delicatamente infilò nell’orifizio la sua Waterman stilografica placcata oro.

 

Oreundicietrentanove.

-Scusi... ha per caso una penna?

-Certo, ho una Waterman qui, nel mio nuovo taschino.

WATERMAN

LA MOSTRA

CHE NON HO VISTO

a cura di G. Piacentini

in   www.artapartofculture.net 

OEMED

testo tetrale liberamente tratto dall'ODISSEA

ALITANTE

 

1 - Da giorni, paralizzato tra pareti ortogonali, Lui non usciva da quel malinconico ottavo piano del palazzo. Osservava galassie tra occhiali, tende e finestre ovali. Segnava, segnalava. Con la sua matita visualizzava punti e punti su orbite ellissoidali costruendo forme astrali e segni zodiacali. Lui era semplicemente malato. Ammalato di casualismi intellettuali e spingeva, come alibi per la sua palificazione, la matita su superfici orizzontali bianche.

Ala. Era il desiderio di possederla, l’ala, che lo portava a finalizzare questa sua progettualità su paradossali concettualismi virtuali. Di razionalizzare carnevalate linguistiche in nome di innati idealismi occidentali.

-Formalità, una pura formalità.- È semplice dirlo tra naturali autodifese, personalizzando e distorcendo l’integrità, già malandata, di pensieri ancestrali che nulla hanno a che fare con la psicanalisi applicata. Armato di alabarda (della sua Ala da bar) declinava ogni responsabilità e tagliava corto scalando, scavalcando moralità e integrità.

Calata la sera ripensava e pensava -Sono semplicemente malato-.

Le sue secrezioni salivali (rendendo possibile un bilateralità strampalata) lo penalizzavano nell’alimentazione. Era smagrito, scialacquato e in più alienato da questa paralisi momentanea. Le analisi parlavano chiaro: problemi comportamentali causati da una alimentazione anomala ed eccessiva a base di alimenti salati.

Reagire con razionalità, finalizzata ai benesseri corporali, era il suo desiderio. Destituire il malanno, segregarlo e calamitare su di sé ogni possibile sensazione di vitalità, era l’unica strada verso una normalizzazione per troppo tempo idealizzata. Doveva desalificare i propri grovigli viscerali. Prima cosa da fare: imboccare la scalinata con naturalità, scendere in strada e addentrarsi in percorsi pedonali, anche se inospitali. Seconda cosa: socializzare. Terza ... era combattuto. La sua innata conflittualità lo neutralizzò, l’adrenalina gli scoppiò nelle vene e a malapena ebbe il tempo di materializzare la sua condizione che cadde, con occhi glaciali, steso come un baccalà. Era, ormai, in uno stato avanzato di tralignamento. Aveva perso tutte le qualità, fisiche e morali. Degenerava, bestializzato da quel suo immoralistico senso della professionalità (mai tralasciare i particolari e banalizzare sui contenuti): se sei malato, non cercare di normalizzare la situazione con superficialità, strumentalizza la malattia idealizzandola.

I giorni, consequenziali tra loro, trascorrevano con ritualità. Fogli e forme bidimensionali si accumulavano in virtualistiche e precarie pile verticali. Scarabocchi parietali riempivano gli intonaci murali dell’appartamento. Gli scaffali piegavano sotto il peso di tanta passionalità materializzata. E Lui, sempre più malandato, non faceva altro che naturalizzare questo suo stato casalingo e ospedaliero in nome di ricerche esistenziali ... antigravitazionali.

Le ali, sembrava che non aspettasse altro che le ali per scaraventarsi oltre, nell’immortalità presunta del survivalismo. Ma la sua ricerca specializzata e mirata totalizzava, uno dopo l’altro, fallimenti e (per eccesso di L) fallimenti. -Il troppo dequalifica- ripeteva tra smorfie facciali e gesti immorali ... ma, strozzato dalle sue lucubrazioni mentali, non riusciva a focalizzare e a calibrare il tiro e così riprovava ancora, malinconicamente riprovava.

-Il poco banalizza- ripeteva mentalmente (in mancanza di i). Lui doveva trovare l’equilibrio tra ‘dequalificazione’ e ‘banalizzazione’ che lo portasse a centralizzare il problema.

Fu una casualità, ma la soluzione si formalizzò all’improvviso. Bisognava sottrarre vocali e consonanti in eccesso, tralasciare il necessario e rispettare le dualità:

dequalificazione -

banalizzazione =

. . . . ali . . . azione.

Ali’, ‘azione’, erano i termini chiave per formalizzare la sua riuscita.

Lui, sudato e teso,  spalancò le finestre, salì sul bordo, corse sui davanzali, con fogli di giornali si asciugò da quel liquido salamoico, e come un calabrone, cicalando sereno, si lanciò dall’ottavo piano del palazzo, convinto delle sue doti soprannaturali.

L’azione ci fu, le ali, purtroppo, no.

 

2 - Da ore, paralizzato tra una balaustra e un’edicola di giornali, immobile come un salame e pressato come un’alice, Lui cercava di rivitalizzare le sue funzioni corporali ormai spente. A malapena l’alito riusciva ad appannare gli occhiali stampati sui suoi lineamenti facciali. Passava inosservato, in quella centralissima via, spiaccicato com’era sull’asfalto, a mo’ di strisce pedonali ... sembrava un tiralinee, di quelli a croce, inusuali, di legno.

Le attività cerebrali, per fortuna, non si erano dequalificate; ma quali energie doveva centralizzare, tali da permettere la rivitalizzazione di quella irrigidita manualità, proprio non riusciva a focalizzarle. Pensò -tralascio gli arti e mi concentro sulle articolazioni vertebrali, come i crotali, con movimenti dorsali, riuscirò a trascinarmi oltre il giornalaio, ad incanalarmi nello scolo dell’acqua e a calare, scivolando, nei fondali cittadini, da lì ... il mare ... la mia genialità non ha uguali-.

Lui si industrializzo, si sforzo, ma, come un calamaro sgonfio, restò  spalmato a terra con i suoi invalidati tentacoli ... -tentacoli, propaggini, dita. Falangi, falangine, falangette; bisogna dare funzionalità alle dita e, come i narvali,  nuotare, da neo pinnipede  catalizzato, in questo “mare d’asfalto”-. Lucubrazioni mentali, ancora lucubrazioni. Ma quale asfalto e quali mari, lui era lì come i mai-ali (per non possesso) ad esalare il suo ultimo respiro.

Maledetti (per cattiva pronuncia) giochi verbali che ti fanno visualizzare costrutti cabalistici illudendoti di trovarci funzionalità concrete e razionali e povero Lui che credeva ancora in paradossali e surreali idealismi meridionali: “volare, oh-oh ...”

Era ancora fermo, sotto una luna calante, a segnalare i quattro punti cardinali, quando venne spalato via da un alito di vento.

Leggero, sottile come un palaia, con le braccia bilaterali e ortogonali al corpo, venne portato via in un vortice spiralico con virtuosismi aerospaziali da capogiro.

Una casualità, una pura casualità che fece elettrizzare gli impulsi cerebrospinali scaraventando la sua sensorialità negl’irreali anfratti della fatalità ... ma intanto andava e andava come un aliante, libero nel suo canto epitalamico ad annunciare il suo, personalissimo, sposalizio con i freddi venti maestrali.

Gli spostamenti ascensionali furono lenti ma graduali.

La mente si riempiva di verticalità, gli occhi gioviali guardavano in basso e il corpo teatralizzava i movimen...tic, un’asta lo accalappio trasformandolo in una banderuola (che per effetto dell’ovalizzazione della A) inservibile e dequalificante.

 

3 - Da alcuni minuti, paralizzato all’ottavo piano del palazzo, pendente dall’asta di palissandro, rigido come una stalattite ancorata nell’alabastro della facciata, Lui osservava i viali sottostanti.

Era calata la notte e, nel buio totalizzante, le rifrangenze dei segnali stradali facevano eco ai bagliori atonali dei fanali. Il cicalio delle sirene, intercalato dai rituali sonori degli allarmi, musicalizzava lo spazio. I percorsi pedonali apparivano inanimati e i giardini ... -O me, malavveduto, con questa mentalità meridionalista ... qui a mezzala, in balia di fatalità malaugurali, inutile (per errori di vocali) a me e agli altri ... io, l’invalido demoralizzato, appeso ad una idealità fasulla, dichiaro il mio tracollo e tralascio, abbandono-.

Le urla irrazionali del “banderuolo” salassato si materializzarono al suolo risvegliando il già spento abbaiare di un alano. L’urlo, intercalato dall’ululato di uno o forse più animali,  rimbalzò, risalì, ritornò e si schiantò su quell’impalato salame dell’ottavo piano.

I forti spostamenti d’aria ascensionali lo sganciarono. Assalito, per un attimo, da vitalità, da quel senso di libertà, pensò -fatali...thà! ... dinuovo spiaccicato. Come un bengala difettoso che fa cilecca, venne calamitato, con le sue innaturali misure bidimensionali, contro la facciata del palazzo. I baccalà decorativi non si intonano con le decorazioni murali delle palazzine pseudorinascimentali del centro cittadino.

 

4 - Da alcuni secondi, paralizzato nei movimenti e nella sua ormai personalissima forma a traliccio, Lui scivolava, calando lentamente, dall’ottavo piano del palazzo verso l’orizzontalità del marciapiede.

I pensieri dei brachicefali sono alquanto piatti e Lui pensava a malapena mentre, rassegnato, contestualizzava la sua anatomia negli attributi murali. E scivolava ancora, quando realizzai la sua presenza. Scivolava e, la sua mente, scivolava anch’essa prima di adagiarsi, come un segnalibro, tra la verticalità del muro e l’orizzontalità della strada ... ma sci-volava via tra le tanti ali che il suo pensiero alitante aveva generato.

 

Con chi gli aveva prestato attenzione, parlò a lungo della sua conchiglia.

Con calma descrisse la sua rosea conca.

Con creta e terra la modellò rendendola concreta.

Con forme morbide, la rese al suo pensiero, conforme.

Con forte volere la rese confortevole.

Con densa abilità estrapolò la sua condensabilità.

Con netti volumi creò il tessuto connettivo.

Con ciò la squadrò a concio.

Con geniale intuizione la rese a tutti congeniale.

Con sensuale movenza rese tutto consensuale.

Con tatto ed educazione attivò il contatto.

Con senso del dovere acquistò consenso.

Con corde e legacci immobilizzo chi non era concorde.

Con clave e bastoni riunì il conclave.

Con dizione impeccabile dettò la sua condizione.

Con tanta voglia di giocare diede il via alla conta.

Con figura regale accettò di configurare.

Con gesti onerosi causò la sua congestione.

Con testo criptico la escluse dal contesto.

Con fine arguzia la relegò sul confine.

Con tono deciso pretese il conto.

Con tante remore tirò fuori il contante.

Con troppa fretta gli si pose contro.

Con sonante battere dei piedi evidenziò la prima e l’ultima consonante.

CON CHI

INTERNO, GIORNO

Piano sequenza sottinteso tranne che nei dettagli

 

 

1,a

Una camera anonima, spersonalizzata. Una camera d’albergo priva sia di modeste stampe paesaggistiche che di tristi oggettini kitch. Un letto matrimoniale in finto legno, un comodino, una sedia e una scrivania dello stesso materiale sono gli unici elementi di arredo.

La mdp, situata ad una altezza di poco superiore al pavimento, la ispeziona in una panoramica di novanta gradi lenta e incerta.

Da sinistra verso destra vediamo scorrere i quattro piedi del letto, alla destra del quale si scorge la sagoma del comodino, largo una quarantina di centimetri. A un metro circa di distanza dal comodino viene a formarsi l’angolo con la parete adiacente, la quale si allunga per un paio di metri prima di aprirsi in un corridoio largo un metro e mezzo e lungo tre. Subito dietro l’angolo della parete sinistra del corridoio c’è una porta, la parete destra è invece formata, per tutta la lunghezza del corridoio, da un armadio a muro.

 

1,b

Giunta in posizione frontale al corridoio la mdp si ferma, in fondo c’è la porta d’ingresso: zoom lento fino ad inquadrare la porta da poco sotto la maniglia alla piccola fessura che separa la porta dal pavimento, la quale è attraversata per intero da un fascio di luce bianco alogeno proveniente dall’esterno.

Lo zoom si arresta nella posizione indicata e per circa tre secondi non accade niente, la mdp rimane in attesa.

Tre secondi dopo, con la rapidità e la prepotenza di una certezza, l’ombra di due piedi entra da destra verso sinistra nel fascio di luce bianca sotto la porta; l’ombra si ferma, la porta si apre di scatto verso l’interno.

 

 

1,c

Senza aspettare l’apertura completa della porta e senza curarsi di richiuderla, il Personaggio, inquadrato dai piedi all’ombelico, irrompe nella stanza. La mano destra impugna saldamente una  valigia non troppo grande. La mano sinistra, dopo aver lasciato la maniglia, si porta bruscamente verso l’alto, uscendo dall’inquadratura; un attimo dopo vediamo la manica sinistra della giacca sfilare dal braccio, la valigia cambia di mano e anche la manica destra sfila  dal braccio, la giacca cade sul pavimento. Ora è la mano destra ad uscire verso l’alto dall’inquadratura mentre la sinistra impugna la valigia. La camicia viene sbottonata con gesti frementi e, senza che il Personaggio abbia lasciato la valigia, anch’essa cade sul pavimento. Il Personaggio si toglie le scarpe, poi con la mano libera sbottona la cinghia del pantalone e con qualche difficoltà, saltellando per cercare di non cadere, si sfila i pantaloni, le mutande, le calze, sempre con la valigia stretta in mano.

Durante tutto il processo di svestizione il Personaggio non ha mai smesso di avanzare lungo il corridoio, lasciando quindi dietro di se una scia di vestiti; proporzionalmente alla sua avanzata la mdp inizia uno zoom indietro, mantenendo l’inquadratura dai piedi all’ombelico, fino al momento in cui il Personaggio, completamente nudo e con solo la ventiquattrore nella mano destra, viene a trovarsi alla fine del corridoio, a circa due metri di distanza dalla mdp.

La mdp arresta lo zoom e rimane immobile, il Personaggio continua ad avanzare rapidamente verso di lei; in pochi secondi la raggiunge, poi la supera scavalcandola.

 

 

 

1,d

Mentre i piedi del Personaggio la superano, la mdp ruota all’indietro di 180° e così, capovolta, comincia a seguire il Personaggio, a circa venti centimetri di distanza, e allo stesso tempo lo ispeziona, scalandolo dai piedi alla nuca. Il Personaggio continua a camminare per altri quattro o cinque metri, è molto agitato. Quando raggiunge la nuca la mdp comincia ad alzarsi verticalmente, ruota su se stessa da sinistra verso destra per recuperare la posizione, e si arresta a circa cinquanta centimetri dalla testa del Personaggio. Durante la salita e la rotazione della mdp l’inquadratura si apre rivelando la forma di una scrivania; il Personaggio non fa in tempo a raggiungerla che gia vi ha posato sopra la valigetta, delicatamente ma con fermezza. La mdp termina il suo movimento nel momento in cui la valigetta si posa sulla scrivania.

 

1,e

Il Personaggio, inquadrato perpendicolarmente dall’alto verso il basso, si posiziona davanti la valigia, vi appoggia le mani ai lati e così si ferma, immobile; sembra sciogliersi, tranquillizzarsi, i muscoli finora tesi si rilassano. Poi con calma e decisione apre la valigia.

La mdp mantiene la posizione, rivelandone così lentamente il contenuto, dall’alto verso il basso.

Nella valigia ci sono una trentina di coltelli da macellaio, di misura e forma variabile, sistemati accuratamente, come per evitare che si rompano

Il Personaggio impugna il primo coltello con un misto di sicurezza e frenesia, lo rivolta verso se stesso, all’altezza del fianco destro, poi l’azione si compie.

Dettaglio del coltello che penetra nel fianco; senza lacerazioni, senza sangue, il coltello entra nel corpo del Personaggio non come elemento esterno ma come parte mancante. La carne non oppone resistenza, non si tende; è predisposta, in quel preciso punto, alla penetrazione e ne bramava il compimento.

 

1,f

Seguono una serie di dettagli raffiguranti altri coltelli che, come il primo, occupano il proprio posto nella carne e sul corpo del Personaggio. Sovrapposizioni e dissolvenze alternano i vari punti del corpo: la schiena, le braccia, le ginocchia, i polpacci. A seconda del punto in cui penetra il coltello è più o meno grande: più grandi nella schiena, per esempio, che nei piedi.

Il tempo occupato dall’azione completa rimane indefinito.

 

1,g

Da un  dettaglio della mano che lascia l’impugnatura del coltello dopo averlo inserito nel ginocchio sinistro, l’inquadratura si allarga, la mdp indietreggia scoprendo lentamente l’intero corpo del Personaggio – raggiunto un piano totale si ferma.

Il Personaggio è rivolto verso la mdp e da le spalle ad una finestra dalla quale si vedono cinque o sei piani di finestre chiuse. Il suo corpo ora è completamente coperto di manici di coltello che spuntano trionfanti dalla carne con la stessa naturalezza delle spine, o dei pungiglioni, dandogli una nuova forma. L’unica parte scoperta comprende l’area frontale del busto, escluse le spalle, fino alla congiuntura che lega cosce e ginocchia. Il petto, la pancia, il bacino e la parte davanti delle cosce, oltre al volto, sono privi di spine.

Il movimento della mdp a rivelare il corpo del Personaggio e il piano totale durano complessivamente una decina di secondi. Dopodichè il Personaggio si volta verso la valigia, la chiude accuratamente e si avvia verso la mdp.

 

1,h

La mdp rimane ferma, il Personaggio si avvicina, le passa accanto, la mdp lo segue ruotando sul proprio asse - primo piano in movimento – il Personaggio si volta in direzione della mdp, la supera e si dirige deciso verso la porta aperta; la mdp lo guarda allontanarsi.

 

 

1,i

Arrivato sulla soglia il Personaggio si ferma, si accovaccia fino ad abbracciare le ginocchia e, letteralmente, si chiude a riccio. La mdp si avvicina indecisa ma è troppo tardi, il riccio di coltelli rotola fino a poco fuori la porta e si lancia veloce per il corridoio e sparisce nella sua profondità. Dissolvenza. Nero. Fine. 

 

si ringrazia per la collaborazione IVANO FORTE 

carlo de meo, uomo nudo con mollette, scultura

STANZA 111

carlo de meo è un errore e la sua azione è l’errare

LUI. Quel giorno, come sempre, uscì di casa.

Lui, dritto, sprezzante, puntuale.

Quel giorno, come sempre, guardò l’orologio. Oreotto.

Senza essere in ritardo, come sempre, accelerò il passo.

Costeggiò il primo muro di mattoni, manifesti e mattoni, e il secondo di cemento, scritte, manifesti e cemento. Attraversò l’incrocio, come sempre. Fiancheggiò la casa ocra e poi quella rosa, voltò a sinistra e salì la scalinata da sedici lunghi gradini mentre, allo sguardo, affiorava il grigio di un’auto parcheggiata –in divieto di sosta- pensò, come sempre. Voltò ancora a sinistra facendo tintinnare, come sempre, il suo anello sulla cancellata per alcuni metri. Altri passi e, come sempre, abbassò lo sguardo verso un piccolo buco, tra il marciapiede e il muro, pronto a rialzarlo per non perdere l’intermittenza rossa delle 08:08 dell’insegna farmaceutica.

-Puntuale!- avrebbe voluto pensare orgoglioso, come sempre, ma il suo sguardo non si spostò sull’ 08:08 e restò fisso sul bagliore che, come mai, trapelava dal piccolo buco nel muro. 08:09. -24°. 08:10.

Si inginocchiò e, facendo forza sulle braccia, portò la testa a pochi centimetri dal piccolo buco. Non vide nulla ma sotto le mani sentì l’umidità della pioggia. Ore 08:12.

LEI. Quel giorno, come mai, restò fissa sulla tazzina di caffe fumante. Lei, immobile, in pigiama, confusa. Quel giorno, come sempre, doveva essere altrove se solo non avesse rifiutato. Oreotto. Guardò ancora la tazzina per scivolare poi, con gli occhi, verso la scatola di cartone piena. Si alzò. Con l’indice sinistro spostò l’aletta grande di destra della scatola e, con l’altro, quella di sinistra lasciando le due piccole a coprire, quasi, un insieme caoticamente inerte. Aveva svuotato la scrivania dell’ufficio il giorno prima facendo tabula rasa del micro arredo che per anni aveva amorosamente curato tra uno schermo, una tastiera e un mouse. Aveva svuotato tutto, tutto il suo, e lasciato schermo, tastiera, mouse e un VAF, tirato velocemente con l’indice destro su un leggero velo di polvere.

Mollò i due lembi, afferrò la scatola con distrazione e si diresse verso l’ingresso lasciandosi alle spalle un caloroso bagliore che, proprio in quell’istante, filtrava dalla finestra. Aveva smesso di piovere da qualche minuto e, da qualche minuto, erano passate le otto. Ore ottoesei. Con un mazzo di tre chiavi in mano scese le scale lasciando la porta aperta dell’appartamento, -devo solo posare una scatola in cantina- pensò. Con la più piccola aprì la porta e notò subito il fascio di luce gialla che, da una piccola e rotonda presa d’aria, si proiettava, illuminandole, su poche mattonelle di gres, in una penombra serenamente totalizzante. Spinse l’interruttore e, dopo un “miaccendononmiaccendo” balbettante, il neon spazzò via fascio-penombra-serenità in un veditutto, gelido e abbagliante. Un passo avanti e  la presa d’aria si rabbuiò attirando la sua attenzione, Lei guardò. Ore ottoeotto.

Restò fissa sul buco che, come mai, si era oscurato. Ore ottoenove, ore ottoedieci. Non vide nulla ma qualcosa ustruiva il fascio, qualcosa si muoveva, qualcosa e, nella sua fissità, non sentì più la scatola tra le mani. Ore ottoedodici.

L'ALTRA. Quel giorno, come ogni tanto, uscì con il catino pieno sul balcone. L’Altra, bigodinata, in vestaglia, solare. Quel giorno, come ogni tanto, aveva svuotato la lavatrice per riempire il catino azzurro, di quell’azzurro da cielo estivo e pomeridiano. Otto del mattino.

Le piaceva, all’Altra, curare attentamente la sistemazione, ritmare i volumi, calibrare i pesi ma, in particolare e più di tutto, le piaceva distribuire ordinatamente i limitati colori delle sue mollette in plastica. Giallo, Rosso, Rosa. Le blu no, non le aveva mai volute, ne comprate per non smorzare quel “bell’azzurrodacieloestivopomeridiano”. Per prima scelse le rosse a far da spallina alle magliette nere, poi le gialle sul rosso della camicia, ancora rossa, rossa, gialla gialla e rossa rossa continuando per arrivare, finalmente, alle rosa su intimo bianco. Le ultime file, quelle più esterne e ben viste dai passanti, erano e dovevano essere bianche picchettate di rosa. Il cielo si era aperto e la pioggia aveva smesso da poco e lei (L’Altra), con l’ennesima rosa in mano, guardò, per un attimo, l’andare delle nuvole prima di essere attratta da un veloce, breve e cadenzato tintinnio metallico. Con ancora la rosa in mano, si sporse di poco abbassando lo sguardo verso un marciapiede grigio con auto grigia in divieto di sosta e illuminata dal sole. Il tintinnio, che aveva stuzzicato il suo udito, era svanito ma il suo sguardo perseverò fisso focalizzandosi sull’inginocchiarsi di un distinto signore con cappello. Otto e otto del mattino. Restò fissa sull’inginocchiato, incuriosita, perplessa, stranita.

Otto e nove, otto e dieci.  Stranita, perplessa, incuriosita restò immobile e, nella sua fissità, non sentì più la rosa tra le dita della mano. Otto e dodici del mattino.

LUILEIL'ALTRA. Dal terzo piano, la molletta, accelerò in un tuffo verticale che finì dritto sul grigio in divieto di sosta. Un secco “THENNN” risuonò come un gong da inizio ripresa. Lui si voltò, non vide nulla e nel voltarsi scattò in piedi mentre un morbido “OH!”, dell’Altra, fece da eco. Le poche mattonelle di gres si rilluminarono e Lei, accostando leggermente la scatola col piede sinistro, si voltò e spense. Lui, chino, intimorito, in ritardo, si incamminò asciugandosi le mani. Lei , in pigiama, decisa, sbrigativa, salì le scale felice di poter rientrare senza aprire. E l’Altra, assolata, in vestaglia, continuò e dopo aver individuato la fuggitiva, mollò l’ultima rosa.

Ore otto e un quarto circa di una bella, come mai, mattina di sole.

LUILEIL'ALTRA

Ci sono storie di uomini che non si riescono a raccontare e storie di uomini che non si sanno raccontare. Quella che vi racconterò io è la storia di un uomo che non si sapeva raccontare.

Lui era alto, magro, basso di fronte e spigoloso di profilo, aveva occhi e mani, Lui era nero.

Aveva 32 anni, aveva una collana di denti da latte girata tre volte intorno al collo e una borsa di pelle rossa comprata dal padre in un giorno di festa. Lui correva di un correre che non è fretta ma passo danzante per platee di chilometri. Aveva con se il suono del tronco portato come cavo per legarsi al "lasciato" e, Lui, lasciava, ad ogni caduta, un briciolo di pelle come neo della terra. Comprava poco di un poco che non è niente e di tanto in tanto sedeva sui muri, coi piedi penduli, a lanciar ciabatte e a grattarsi il gomito. Aveva nove dita per una che lasciò sotto ad uno scarpone e mezz'orecchio attaccato ad un bastone. Aveva ricordi e uno sguardo, aveva paure, aveva sogni e un incubo strano che a volte tornava come suono sbattuto di onde.

Lui aveva un nome, un nome che non veniva chiamato ma che a volte sentiva alle spalle. Il suo nome era nero di forma e tondo di colore, il suo nome era spezzato per una vocale mai pronunciata e lasciata dormire nel fondo di un lago. Lui era bello e gonfio di sole e, della notte, portava fiero la sua oscurità.

A volte chiedeva e a volte mangiava, quasi sempre beveva saliva della sua bocca impastata.

Non era solo ma era solo dormendo i suoi sonni leggeri fatti di mani che tappano le orecchie e giornali che chiudono gli occhi. E poi. Poi aveva denti e li aveva tutti e tutti bianchi e tutti in vista quando rideva e rideva, rideva perché sapeva gioire e gioire perché sapeva vivere e vivere perché era nato in un giorno in cui le cicale ti annullano i pensieri. Oemed sapeva raccontare tutte le storie che non aveva vissuto e per le altre taceva quel tanto che serviva a una lacrima per farsi assaggiare in punta di lingua. Ma la lingua gli girava tra i denti a pronunciare le nostre parole che non erano le sue e allora taceva ancora, per poco o per sempre.

Oemed era alto, magro, basso di fronte e spigoloso di profilo, aveva occhi e mani, Oemed era nero e non aveva più denti quando lo trovarono con una svastica incisa sul petto.

NERO

Tutto iniziò quella notte, tra un oggi, già ieri, e un domani che è appena oggi. Quella notte si tinse di ROSSA fiamma, tutto e solo in quella notte, Lui, solo, in quella notte. Novembre, forse. Rientrò tardi e stanco ma rientrò per evitare, COME al solito, l’ennesimo ed increscioso allagamento della stanza.  Fuori pioveva.  Dentro gocciolava. E Il pavimento vibrava come  MARE solleticato dal vento. E Lui  sguazzava, passo su passo, in quello splascicamento sonoro morbido e rilassante, procedendo solo AL ritmo lento del gocciolio delle sette bacinelle colme di blu.  Con uno sforzo di reni sollevò la prima delle sette e si diresse, goffo, TRA il divano e il telavisore spento oscillando sui vari plic che echeggiavano nell'aria e, elargendo spruzzi ad ogni tocco di mobilia, MONTO' sullo scanno ormai fermo da tre giorni sotto la finestra esposta ad est. 

La prima si svuotò in una alta cascata marmoresca, che aggiunse acqua all'acqua, e così le altre cinque fino alla settima che sembrava la più pesante di tutte. E Lui, stanco, con la settima in mano, barcollando di più, si trascinò per l'ennesima volta verso lo scanno, salì, poggiò la bacinella sul davanzale e con un ultimo sforzo rovesciò il contenuto oltre la finestra. L'ultima cascata era andata. Dritto sullo scanno, Lui guardò finalmente fuori nel buio illuminato della notte. Guardò tra le saettanti gocce e tra gli infiniti luccichii perdendosi, forse, prima di rivoltarsi verso l'interno richiamato dal ritmo incessante dei molteplici PLIC PLICPLIC PLIC PLIC PLIC PLICPLIC  PLIC CPLICPLIC  PLIC PLICPLIC.

Ciò che vide lo demoralizzò facendogli crollare le braccia e mollare la bacinella vuota. La prima bacinella, svuotata per prima, era già piena e la seconda era lì-lì per straboccare mentre la terza la seguiva a ruota e, così, fino alla settima, l'unica ancora in uno stato di precario ma rassicurante vuoto.  Lui non si perse d'animo e ricominciò a prendere, stanza per stanza, la prima e poi la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta e la settima, nuovamente colma, per svuotarle, nella stessa sequenza, giù, giù, giù per la finestra. E continuò. Continuò in una sequenza circolare che rendeva la settima preambolo della prima rinnovando una linearità settimina. -Ancora un giro e smetterà di piovere- si augurava ad ogni gettata ma il cielo piangeva e piangeva e piangeva anche Lui da tutto il corpo rorido fino a che... SPLASH SPLASH SPLASH SPLASH SPLASH SPLASH SPLASH.

Bacinellat... Secchiate d'acqua sui muri, sui mobili, sulle porte e, con uno sforzo verticalissimo, sul soffitto. Tutto intorno a lui incominciò a gocciolare fittamente in una sinfonica ouverture da suite. E continuò anche dopo i primissimi chiarori del giorno mentre il cielo si asciugava delle sue ultime stille. Internamente tutto plicchettava incessantemente. Lui plicchettava teso e rosso di rabbia come il sole, che in un attimo, saetto i suoi raggi centrando in pieno la finestra ancora aperta. La stanza si illuminò di aurora e si illuminò ancor di più nel riverbero psicadelico di infiniti riflessi. Lui, perso tra luccichii e in uno stato di sublime imbambolamento, rimase immobile mentre tutto intorno a lui (ma anche Lui) fiammeggiava di rosso.    

QUELLA NOTTE

stella